Marketing is for losers close

Il disturbo e il giudizio

I media ci portano sempre più spesso a emettere giudizi universali ridicoli, per quanto sensati possano sembrare in apparenza, e magari anche in sostanza. Giudizi su quello che non si conosce, ma che viene mostrato.

Storie prive di una rilevanza sociale, ne assumono una nel momento in cui i media ne condividono una parte. I momenti di conversazione vengono indirizzati verso i temi in prima pagina. L’interesse personale soccombe a quello mediatico.

Il pensiero mal sopporta le interferenze, le notifiche. E il fastidio di venir disturbati e dirottati da sé si materializza in giudizi universali definitivi e insormontabili, che si creano davvero, dentro e fuori le persone, e lì rimangono.

Giudicare anche il più stronzo di tutti solo da fonti media, non ha alcun senso. Di più: è una perdita di tempo. Una distrazione colossale.

Questa distrazione potrebbe anche arricchire, chi è povero di argomenti. Ma saranno le sue argomentazioni, povere e per nulla solide. Più vere che mai, magari. Perché nel frattempo l’argomentazione errata prende vita, se si è portata dietro abbastanza follower. Qualcosa di cui parlare nella vita reale. Qualcosa che la cambia davvero la vita. Al bar, a cena con i genitori, al pranzo di lavoro. E si agisce di conseguenza. Anche contrastando le argomentazioni e le notizie dei media. Una fatica immane. Tempo buttato. Giudizi dolorosi e folli. Religiosi.

Ma chi non disturba difficilmente viene percepito, da chi è già distratto da tutto.

Quindi, per chi produce notizie e contenuti, da condividere pubblicamente o da vendere privatamente, o entrambe, si tratta di interessare senza disturbare, oltre che per gentilezza e professionismo, anche per riuscire a raccontare al meglio la propria storia, per farsi capire.

Non è che i distratti non capiscano nulla. Siamo tutti distratti. Tranne momenti. Rari.

Siamo sempre in cerca di distrazioni dove dirigere la nostra attenzione. Le timeline, i titoli raggruppati, i feed. Utilissimi, chiaro. Ma funzionano esattamente così: distraggono. Pur ricercando e magari trovando quello che ci interessa, nessuno passa indenne attraverso il flusso di informazioni che quel qualcosa ricercato porta con sé.

O si sa già dove andare a guardare, ma allora non si può certo definire una ricerca, oppure non si scappa.

Un’attenzione selettiva (si dice così?) sviluppatissima, servirebbe. Oppure una memoria capace di analizzare le informazioni senza interiorizzarle e quindi senza essere disturbata, senza far cambiare strada al cervello, senza distrarlo. Un passaggio indolore e che non lasci segni.

Ma i nostri occhi vedono anche quello che pensiamo di non vedere, le cose poco importanti che vorremmo tralasciare. I nostri sensi lo fanno. Perché distrarsi oggi non è mai stato più importante. Lo è, perché se non ti distrai non ti interessi a quel che interessa gli altri, e rischi di rimanere focalizzato su qualcosa che magari (ed è quasi certo) non interessa a nessuno.

Disturbare e farsi disturbare per esserci, adesso.

Ché di noi rimarrà forse solo il disturbo: l’atto che ha richiesto l’attenzione di chi ne è stato disturbato. Se poi il disturbo abbia portato o meno un arricchimento del disturbato, sarà l’unico indice affidabile, ma non misurabile, della qualità dell’interferenza causata, della storia raccontata, della distrazione proposta, dell’attenzione rapita.

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