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Non Dire Niente

Non voglio dire niente. Di me. C’è il rischio che non riesca a spiegarmi. E ovviamente non è un rischio, ma una certezza.

Non riuscirei a essere credibile o interessante, raccontando di aver pianto due giorni di fila, alla scuola materna, perché non ero nella stessa classe in cui insegnava mia madre. Nel senso che ci impiegherei troppo, o probabilmente mi verrebbe male comunque. E la mia storia privata acquisterebbe tutta un’altra trama.

Potrei essere stato un cantante stonato, un giornalista impegnato, uno studente fuoricorso, un fumatore incallito. Ma anche no.

Potrei essermi innamorato, finalmente, aver tradito, avere giocato. Magari anche a pallacanestro. Ma anche no.

E magari potrei anche aver fatto o visto fare un bel po’ di cose illegali, che comunque racconterei solo agli amici più stretti, non certo a un foglio bianco. Ma anche si.

Non cambierebbe niente.

Sarebbe molto difficile, e in fin dei conti inutile, spiegare perché ora mi trovo a Milano, perché ho grossi problemi con la chiesa, il lavoro e il governo, e perché mi sono spaccato dieci volte dieci il mento, e non mi ci cresce più la barba. Diciamo per pigrizia. E se mai servisse, mi inventerò qualcosa di simpatico.

Sarebbe sconveniente raccontare di non aver aiutato un cane che si fidava di me. Chiunque mi considererebbe un bastardo. Per questo, è meglio non dire niente.

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